Le favole di Esopo

* O picuràri ce o scìddho


Il pastore e il cane










La favola significa, che quelli devono esser puniti più gravemente, che nuocono sotto colore di amicizia, che quelli, che palesemente si mostrano nemici.
Ena picurari ìkhe vàlonta ta ftinà-tu sta khèria afs’ena sciddho pu ikhe essu. Na cami na vastiettì calà, tu èddie na fai calà cai meri. Ma o sciddho, oles tes emere, èfsaze mia pratìna ce tin eddre. Motti o patruna eddunetti, èbbiche o sciddho na to fsafsi.

Un pastore aveva affidato i suoi animali a un cane che teneva in casa. Per farlo comportare bene, lo nutriva molto bene, dandogli da mangiare ogni giorno. Ma il cane, ogni giorno, uccideva qualche pecora e la mangiava. Quando il padrone se ne accorse, prese il cane e volle ucciderlo.

O sciddho ipe: “Se pracalò, patrune, na mi me fsafsi. Evò ime o filo-ssu ap’ossu”. O patruna apàntise: “Pròbbio ja tuo se fsazo. Evò ime o patruna, ìkha mia mali fida es esena ce esù me còmbose. Ja tuo meritèi a’ mea cacò”. Il cane disse: “Ti prego, padrone, non mi uccidere. Io sono un tuo amico di casa.” Il padrone rispose: “Proprio per questo ti ucciderò! Perché, essendo io tuo padrone e avendo fiducia in te, tu mi hai tradito. Per questo meriti una grande punizione.”