Le favole di Esopo

*O lùccio ce o delfino


Il luccio e il delfino










Questa favola dinota, che noi dovemo esser contenti delle cose nostre, e non desiderare quelle, che a noi non sono eguali.
Ena lùccio, pu torìato plèo khrondò ce dinatò att’addha afsària, ecumande olo to' fiùmo. Ma e’ tu cani ancora. Allora emposi ros ti' tàlassa , pistèonta ca, iu, ìkhe canta mia' vasilìa pleon mali.

Un luccio, vedendosi più grosso e potente di tutti gli altri pesci, dominava l’intero fiume. Ma non era soddisfatto: si spinse fino al mare, sperando di conquistare un regno più vasto.

Appena mbiche sti' tàlasa, però, apàntise ena delfino. Donta, però, posso iane mea ce lafrò, eforìsti poddhì. Allora ghìurise fèonta sto' fiumo ce, ja oli ti’ zoì, e’ tèlise plèo n’àgui apucessu. Appena entrato in mare, però, si imbatté in un delfino. Alla vista di quella creatura enorme e velocissima, si spaventò a morte. Tornò di corsa al fiume e decise di non uscirne mai più, per il resto della sua vita.