Le favole di Esopo

* E picalòja ce t’addha puddhìa


la gazza e gli altri uccelli










La favola dinota, quanto l’uomo deve stare avvertito di non cadere in mano di qualche tiranno, che non gli perdoni, nè alla roba, nè alla vita, onde ne causi danno a se stesso, ed a suoi amici.
Mia picalòja, cùonta mes sta fiddha tu àrgulu to cantalisi atto cucco, epìstefse ca ìane to ajeraci ce, foristonta, ncìgnase presta na fìi.

La Pica, sentendo tra le foglie dell’albero il canto del Cuculo, pensò che fosse lo Sparviero e, spaventata, cominciò subito a fuggire.

T’addha puddhìa, dònta-ti na fìi ja tìpoti, ncignàsane na ti pèfsune. Ma e picalòja ipe: “Telo càddhio na ghelàsete esì afs’emu ca e fili dichì-mmu na clàfsune jatì me fsàfsane”. Gli altri uccelli, vedendola scappare per niente, cominciarono a prenderla in giro. Ma la Pica disse: «Preferisco che voi ridiate di me, piuttosto che i miei amici piangano perché sono stata ammazzata.»